venerdì 8 novembre 2013

SORRENTO 1967, un racconto


“Figlio mio, è da anni che non vedo una delle mie sorelle suore, la Sina, che sta confinata a Sorrento. L’altra, la Cosimina, è più fortunata: si trova nel convento di Maglie a 35 km da Collemeto e almeno lì la vanno a trovare. Ma la Sina mia, poveretta, così lontana, ma chi ci va? Alfredo, figlio mio, devi recarti a Sorrento e portarmi sue notizie.” Se n’era uscita così mamma Lucia mentre alle quattro del mattino eravamo intenti alla raccolta del tabacco nella sconsolata landa di Terrano, a Civita Castellana, dove non cantava mai gallo e non luceva luna: un castigo di Dio per scontare quali colpe chissà. Morti di sonno e faccia a terra, udivamo solo il ticchettio delle foglie spezzate quale colonna sonora alla nostra fatica, la schiena curva per ore ed ore e ogni tanto tirarsi su per placare il sangue che fluiva al cervello.

1955. Mia zia Rosina Giustizieri, detta Sina, prima di farsi suora.

Quando zia Rosina, detta Sina, e zia Cosimina, ultime di sette fratelli, abbandonarono Collemeto alla volta di Roma per consacrarsi suore dell’Ordine Francescane Alcantarine, io avevo appena cinque anni. Non ho netta memoria di quando le zie vestivano come le altre ragazze prossime all’età da marito, ma un ricordo curioso lo rammento.
Abitavamo sulla stessa via Padova a un centinaio di metri dai nonni materni e spesso mi recavo da loro dove trovavo anche la zi’ Sina e la zi’ Cosimina. Accadde alla zi’ Sina di prendersi una di quelle malattie infettive che a quei tempi erano usuali e che portavano non di rado alla morte. Così andavo a trovare spesso la zi’ Sina e bastava la mia presenza per distrarla un po’ dalla febbre alta. Si lamentava ogni tanto la zia e così mi saltò in mente un rimedio che le manifestai con tale entusiasmo che non poté rifiutare:
“Zi’ Sina, vuoi che ti suono la fisarmonica ché così ti passano i dolori di capo?”
“Sì sì!” assentì la zia con voce flebile.”
Così mi procurai un foglio di carta di giornale e, dopo averlo pieghettato, aprendo e richiudendo il pieghevole a mo’ di fisarmonica, misi in moto un concertino vocale sul motivo della raspa col solo lalà lalà lalà! / lalàla làlla là! E alla zi’ Sina ci scappava da ridere, per farmi contento magari. E ogni giorno alla zia suonavo la “fisarmonica” fino a quando fortunatamente guarì del tutto.

1955. Mia zia Cosimina Giustizieri, prima di farsi suora all'età di 18 anni.

Le zie suore nel corso del rito della vestizione dovettero cambiare, a norma di regolamento, il nome di battesimo: la zi’ Rosina divenne zia suor Luigina e la zi’ Cosimina zia suor Teresina. Tornavano a Collemeto ogni anno d’estate nel mese d’agosto per una vacanza di 15 giorni. Noi nipotini le aspettavamo sempre per via dei regalini: caramelle, confetti, cannellini, ma anche rosari, libretti devozionali, immaginette di santi e madonne. Malgrado il caldo afoso, per regola erano costrette a coprirsi il capo lasciando scoperti solo gli occhi, il naso e la bocca; la fronte, le gote e il mento nascosti. Con gli anni avrebbero ottenuto di scoprirsi il volto lasciandosi solo un velo come copricapo.
Accadeva ogni anno, grazie al solito diavolo tentatore, che mio padre Giovanni proponesse di recarci tutti al mare per una scorpacciata di cozze di cui tutti noi, le zie suore in specie, eravamo ghiotti. Stipati in otto nella Seicento Fiat verde pisello (papà, mamma, io, i miei tre fratelli e le zie suore) partivamo alla volta di Gallipoli dove ci procuravamo da un salumiere il pane rigorosamente bianco, considerato un lusso allora rispetto al pane di grano duro, quindi un kg di provola piccante, due bottiglie di rosato salentino, dei limoni e poi la corsa al mercato del pesce per l’acquisto di 3-4 kg di cozze nere, di poi alla volta degli scogli dove iniziava il rito dell’apertura delle cozze, mestiere consumato per mamma e papà. Per noi bambini non c’erano divieti di sorta e con quel profumo di mare e la schiuma che lambiva gli scogli, ci abbandonavamo a un rito di antica usanza: dapprima con l’aiuto di un coltellino staccare le valve, raschiare la valva rimasta liberando il mollusco dalla corda (zoca), spremere sopra delle gocce di limone, portare in bocca la valva col mollusco risucchiandolo col labbro superiore, mordicchiare un pezzo di pane e di provola e, infine, tra un boccone e l’altro, tracannare l’atteso rosato. L’allegria era generale e le zie suore si beavano di quella giocondità gradita non solo al corpo ma anche all’anima. E, nel divorare quel bendidio, si suffraggiavano anche i morti, come era sempre d’uso sulle tavole salentine. Le risate si perdevano nel fragore dei flutti e della schiuma fino all’ora del tramonto, quando il sole, allungando sul mare i suoi dardi fiammeggianti, pareva dovesse ingaggiare una lotta contro il maligno. E, come per ringraziare la buona sorte, giungeva anche l’ora di sgranare il rosario, il sole ormai dietro i flutti. E, come reduci da un pasto da re si tornava a casa con un po’ di mestizia. E le zie suore, ormai ottuagenarie, ancora oggi rimembrano come un sogno il paradiso perduto degli scogli.

In tanti anni di servitù ecclesiastica, le zie hanno conosciuto tali e tante sedi conventuali che è facile pensare che ci fosse una regola sottintesa per la quale le suore in generale non dovevano familiarizzare più di tanto tra loro. In alcuni periodi hanno convissuto in uno stesso istituto, ma il più delle volte sono state sempre separate. Non dimentico le tante destinazioni: Bari, Catanzaro, Maglie, Muro Leccese, Manziana, Scauri, Molfetta. Attualmente sono separate: la zi’ Cosimina dimora a Bari e la zi’ Sina a Canosa di Puglia. La loro aspirazione maggiore ormai è, quando sarà, quella di poter essere sepolte nel cimitero di Collemeto accanto alle sorelle e ai genitori ormai defunti da decine di anni.
Ogni anno, alla fine del soggiorno estivo a Collemeto e in partenza per Civita Castellana, io e Mina non manchiamo di fare sosta prima a Bari e poi a Canosa per dare un saluto alle zie suore e portare in dono alcuni cibi della loro infanzia come le frise e le pucce di pane con le olive che poi dividono con le consorelle. Noi nipoti restiamo per loro l’ultimo contatto col mondo degli affetti familiari e ci aspettano sempre come “anime sante”, espressione salentina che dà il senso dell’attesa. In conversazione con le zie, dopo aver dato loro notizie del parentado, sapendo della mia passione per il folclore salentino, passiamo a raccontare fatti e misfatti della nostra e della loro infanzia che custodiscono come un prezioso lascito. Si parla in salentino ovviamente, un modo per farle scompisciare dalle risate. E grazie anche alle conversazioni con le zie suore alcuni racconti sono finiti nei miei libri di tradizioni popolari.
Quando abbiamo sostato a Canosa alla fine dell’estate scorsa, ho trovato la zi’ Sina in condizioni precarie: la poveretta camminava aiutandosi con un girello. Ma, nella sorpresa di vedermi, ha ripreso il suo spirito di sempre con quel sorriso sempre stampato sulla sua faccia gioconda. In breve l’ho fatta accomodare:
“Zi’ Sina, voi cu tte cuntu te La contramizione te papa Cajazzu?”
Al solo dirlo è scoppiata a ridere e non la smetteva più. E già, perché la zi’ Sina, solo a nominarle il titolo di un racconto che già conosce se ne va in sollucchero.

1956. Le mie zie: Suor Luigina (già Rosina) e zia suor Teresina (già Cosimina).

“Alfredo, figlio mio, tieni ormai 18 anni, sei il più grande dei fratelli e, sebbene ragazzo, hai dimestichezza con i treni per i tanti viaggi Lecce-Roma e viceversa: perciò vai a trovare mia sorella Sina per rassicurarmi che si trovi in buona salute soprattutto.”
Era estate, partii di sabato all’alba con la Ferrovia Roma Nord che dopo un’ora e mezza mi scaricò a Piazzale Flaminio. Salii sull’autobus che mi condusse a Roma Termini e qui, dopo l’attesa di un’ora circa per la coincidenza, presi posto sul treno che mi avrebbe portato a Napoli. Alla stazione di Napoli mi si affiancò un signore apparentemente gentile che a tutti i costi volle caricarsi della mia valigia di cartone col dire che avevo l’aria stanca per il viaggio. Vero che era mezzogiorno ed ero reduce da una levataccia, ad ogni modo lasciai che il signore mi aiutasse a reggermi la valigia. Usciti dalla stazione il signore me la restituì e io lo ringraziai per la gentilezza, quando, ad un tratto, stese la mano e sillabò:
“Sono 200 lire, grazie!”
Non mi rabbuiai per questo, rimasi stupito semmai. Anche se avevo in tasca i soldi contati, capii per la prima volta che c’erano al mondo altri modi per guadagnarsi il pane. Lo stesso signore mi indicò l’autobus che mi avrebbe portato a Sorrento. Quando l’autobus giunse sulla costiera amalfitana non potetti che restare incantato di fronte a tanta smisurata bellezza del mare e del paesaggio. Finalmente Sorrento, un paese così decantato nella letteratura musicale napoletana, come anche nel cinema. Estrassi dalla tasca l’indirizzo del convento e chiesi spiegazioni a un passante. Non era distante e di lì a poco mi trovai davanti a un vecchio e austero edificio del Seicento. Mi aprì un custode e gli deposi le mie generalità. Ero emozionato: di lì a poco avrei visto la zi’ Sina che non vedevo da anni e immaginavo la sorpresa.
Il custode mi introdusse nel grande cortile dell’edificio circondato da un colonnato dove un centinaio di giovani fanciulle giocavano e vociavano a più non posso. Il custode mi chiese di attendere ché sarebbe salito al primo piano per far scendere mia zia. Intanto nell’attesa mi si avvicinarono alcune giovinette. Mi impressionarono a prima vista i loro abiti: consunti e non certo consoni alla loro età. Incuriosite dall’estraneo, si approssimarono per chiedermi chi ero, come mi chiamavo, perché mi trovavo lì. Intanto arrivavano altre ragazze e altre ancora. E accadde l’imprevedibile: sì, ero circondato da decine di giovinette che mi toccavano e mi si stringevano addosso sussurrandomi parole carine come quanto sei bello! che begli occhi che tieni! che bei capelli che hai!” Ero disorientato, mi schernivo, guardavo l’una e l’altra, le guardavo tutte, le voci, le mani, gli occhi delle ragazze, quando, ad un tratto, respirando a fatica, fiutai il pericolo e cercavo ormai una via di scampo. Fortunatamente venne a liberarmi la voce concitata del custode che mise fine all’assedio.

Mia zia Cosimina con i ragazzi nell'Istituto di Bari.

E dire che noi uomini abbiamo sempre vagheggiato quel sogno millenario di vivere in un harem! Sì, ma non così: senza uno sguardo dolce, senza specchiarsi negli occhi, sussurrarsi parole d’amore inusitate, carezze e strette da rimembrare per tutta la vita.
Ma ecco la zi’ Sina che scendeva dalle scale di gran corsa non credendo ai suoi occhi di trovarmi lì. E ci siamo abbracciati con tanta tenerezza non capacitandomi io del suo destino di reclusa che anche a lei, come alle ragazze, la vita le aveva riservato. Una bella donna era la zi’ Sina: era stata fidanzata prima di farsi suora, ma scappò, scappò da un padre che non permetteva alle figlie neanche di sostare sull’uscio di casa, ma erano quasi tutti così allora i padri con le figlie. Recluse per recluse, la zi’ Sina e la zi’ Cosimina, riflettendo sul loro destino di future madri sottomesse all’uomo padrone, preferirono chiudersi in convento. E per tutta la vita hanno riversato il loro amore materno sui figli degli altri, dai più piccoli ai diciottenni, quelli che avevano avuto la sventura di avere madri o padri sciagurati.
Ma era giunta l’ora di pranzo e la zi’ Sina mi fece sedere a tavola con le consorelle che vollero sapere tutto di me. Mia zia riassumeva loro la mia biografia non risparmiandosi di rivelare che fino a qualche anno prima ero stato in seminario cinque anni.
“Oh, che peccato:” tutte in coro “saresti stato un bravo sacerdote!” nel mentre mi schernivo maldestramente con qualche rossore in viso.
Ma la sorpresa avvenne la sera quando arrivò l’ora di andare a nanna. Mia zia mi delucidò:
“Ascolta, Alfredo, non te ne curare: stanotte dormirai in una camera che sta in comunicazione col dormitorio delle ragazze e, poiché è priva di chiave, sono costretta a sbarrarla con un catenaccio.”
“Ma dài, zi' Sina, stai tranquilla ché non oserò…”
“Temo siano le ragazze invece a combinare qualche guaio, m'interruppe la zia: abbiamo esperienza, nipote mio.”
Prima di appisolarmi, non mi nascosi di essermi imbattuto amaramente in un luogo che richiamava la mia esperienza in seminario di qualche anno prima e, per questo, mi sentivo in cuor mio solidale con le collegiali: sapevo la disciplina del collegio, sapevo la privazione degli affetti. Ma le ragazze chiuse in collegio non avevano scelto di entrarci: sole al mondo, prive di contatti esterni e di ogni affetto familiare, vivevano come una colpa la vita irreggimentata, costrette alla disciplina e così pure allo studio. Erano gli anni ’60 del secolo scorso e la vita scorreva ancora come nei secoli prima. Ma la “rivoluzione” del Sessantotto era alle porte e ben presto sarebbero saltati non solo i vecchi metodi educativi nella società civile, ma anche in quella religiosa: si veda l’esperienza di don Lorenzo Milani priore di Barbiana che sovvertì il rapporto tra docente e alunno.
S’era fatta mezzanotte intanto, dormivo, quando sentii bussare alla porta che comunicava con quella delle ragazze. Tesi le orecchie, bussavano in gruppo, quindi un chiacchiericcio, poi parole più chiare, invocazioni di avvicinarmi alla porta. Frastornato, ascoltavo i loro lamenti d’amore, i desideri inconfessabili, i loro sogni segreti frantumati da una sorte ingrata. Non mi accostai alle voci accorate che provenivano da un harem in subbuglio, prigioniero io stesso. Mi sarebbe occorsa una spada forse per abbattere una porta che dall’inferno conducesse in qualche paradiso sciogliendo le fanciulle dal malvagio incantesimo.
Ero turbato e triste, scosso da quelle voci accorate. Il suono del catenaccio alle otto del mattino fu il segno della mia liberazione. Ma alla zi’ Sina non feci cenno di ciò che era accaduto nel corso della notte allorché un centinaio di ragazze avevano sognato di divorarmi brano a brano.


Alfredo Romano
Civita Castellana, novembre 2013